Guance rosse, colori accesi e uniformi, atmosfere surreali.
Mi imbatto nell’arte di Irene mesi va, navigando sul web, e subito vengo attirata dal suo mondo particolare.

-Raccontaci chi sei, da dove vieni, che formazione hai e che mondo rappresenti nella tua arte.

Mi chiamo Irene Raspollini, sono nata a Siena e vivo in un piccolo paese in Toscana, Scalvaia, poche persone e tanto verde.
Ho vissuto a Ferrara e Bologna per qualche tempo, poi sono rientrata felicemente al paesino con il mio compagno. Ho una laurea triennale in scienze della comunicazione, una laurea specialistica in editoria e un master in risorse umane presi con il massimo dei voti in tre atenei diversi.
Ho fatto tanti lavori, dall’addetta stampa, alla ricercatrice socio-economica, all’impiegata statale.
Ho appena mollato tutto per diventare artista a tempo pieno dopo anni in cui ho relegato l’arte ai ritagli di tempo. Sono una pittrice autodidatta e mi occupo principalmente di pittura figurativa. I miei personaggi sono caratterizzati da occhi grandi e guance rosse, vivono in un mondo dai colori saturi e prediligono le situazioni surreali.

-Che tecniche prediligi e come le hai affinate adattandole al tuo stile?

Ho adoperato per tantissimi anni l’acquerello, ma ultimamente sto usando molto l’acrilico: asciuga in fretta, resiste bene e mi permette di lavorare su tela, togliendomi molte rogne quando devo spedire dipinti all’estero per mostre o per consegnarli a clienti stranieri. L’acrilico e’ una tecnica piu’ complessa di quanto sembri, da’ molte difficolta’ nella creazione di sfumature fluide perche’ asciuga subito, inoltre molti colori sono trasparenti e diventa difficile dipingere a corpo, si notano sempre le pennellate. Bisogna lavorare strato su strato.

-Hai un quaderno di schizzi? Appunti le idee?

No, non ho un quaderno di schizzi. Raramente faccio bozzetti rapidi un po’ dove capita, ma di solito abbozzo l’idea direttamente sul supporto finale. Altra cosa sono i lavori su commissione, dove propongo prima una bozza al cliente, si fanno assieme gli aggiustamenti e, una volta avuta l’approvazione, realizzo il dipinto definitivo.

-Autori e libri preferiti: nell’arte, nel teatro, nella musica, nella letteratura. E come li inserisci a livello conscio nelle tue opere.

Le influenze concettuali e visive a cui mi sottopongo si ripercuotono in quello che faccio costantemente, a volte quando meno me lo aspetto, anche dopo anni e anni.
Amo molto l’arte dei borderline e l’arte popolare, quella che di solito ha grandi autori praticamente sconosciuti.

Mi piacciono gli ex voto del secolo scorso fatti su tavolette di legno o piccole lamiere, i pattern ossessivi dei pazzi, i disegni dai colori violenti e le prospettive fantasiose (penso a Ligabue, ma anche a Wolfli, Aloise Corbaz e Seraphine de Senlis); amo inoltre le ingenuita’ e le vividezze degli autodidatti, come Frida Kahlo o Henri Rousseau, per citare i miei favoriti.

Per il teatro direi Ugo Betti, Samuel Beckett, Carmelo Bene, ma anche Friederich Schiller, che ho amato tanto da adolescente.
In musica diventa difficile scegliere, ascolto tanti generi diversi, dall’opera al pop.
Ho una predilezione per l’heavy metal anni ’80, sia come ritmo che come estetica. Poi la new wave, soprattutto italiana, tipo i primissimi Rats, i Diaframma, i Litfiba.
Rido da matti con le opere di Mozart, soprattutto quelle coi libretti di Da Ponte, che sono brillanti come certe commedie degli anni ’60. Ascolto volentieri Dvork e Sostakovic, Khachaturian e in generale i compositori di oltre cortina.

Come letteratura ho amato tanto Colette, Cingiz Ajtmatov, Daniil Charms, i grandi classici russi, i libri d’avventura ottocenteschi; tra i moderni ho apprezzato molto Douglas Coupland. Ultimamente leggo quasi sempre saggistica.

-Il materiale si adatta all’idea? raccontaci il tuo processo creativo e almeno un piccolo trucco/segreto della tua tecnica.

Ho usato in passato elementi materici, object trouve’ o altro, che potessero aggiungere senso o che addirittura fossero il punto di partenza dell’idea stessa; ultimamente invece parto da un’idea e la riempio semplicemente di colore. Uso molto poco la differenza di texture come metodo per dare vibrazioni al quadro, ma mi piace quando qualcuno lo fa. Non ho trucchi da insegnare, anzi, penso di avere moltissimo da imparare io per prima, soprattutto per quanto riguarda le tecniche. Un problema tipico degli autodidatti e ho imparato a conviverci.

-Il Messico, dove hai appena concluso una personale: che spunti ti ha dato? che impulsi ha mosso nel tuo lavoro?

Sicuramente si e’ trattato di un viaggio arricchente dal punto di vista umano, anche perche’ io ho visto il Messico popolare, quello lontano dai tragitti turistici, quello delle persone che ci vivono, dove alla grande bellezza si contrappone la grande miseria. Ho visto scorci che ricordano le borgate di lamiera della nostra Italia del secondo dopoguerra e certe situazioni familiari che mi hanno riportato alla mente quello che raccontava mio padre della sua infanzia.

Ho trovato tanto affetto e amicizie solide, inoltre ho fatto incontri davvero interessanti:il mio ospite innanzitutto, il muralista Cienfuegos, talentuoso pittore e mosaicista molto attivo a livello di promozione artistica e lotta sociale, soprattutto con i giovani e i bambini; alcuni dei genitori dei 43 ragazzi desaparecidos di Ayotzinapa, persone che portano dentro un dolore spaventoso con una dignita’ e una forza d’animo impressionante; uno dei maggiori restauratori dei murales dei grandi maestri messicani, italiano tra l’altro, Renato Paperetti, una persona davvero deliziosa che mi ha fatto l’onore di farmi visitare uno dei suoi cantieri e spiegarmi di persona i murales del mercato di Citta’ del Messico; la maestra luchadora Esther Moreno e suo marito Spartako, anche lui luchador, che mi hanno accolto a braccia aperte nell’Arena Azteca Budokan, una delle piu’ antiche del Messico, permettendomi addirittura di allenarmi con loro.

Artisticamente parlando, il Messico ha un uso del colore particolarmente violento e ha un senso della composizione che rasenta la follia pura. La musica presente ovunque e ad alto volume, anche nei luoghi di lavoro. C’e’ molto talento e tante idee, anche nelle situazioni piu’ disperate, ma se l’arte e’ incoraggiata come mezzo di espressione, non lo e’ altrettanto come mezzo di sostentamento. Non e’ valorizzata economicamente, insomma.Peccato, perche’ hanno un fermento artistico molto interessante e di valore.

-Il Kitsch, sinonimo di cose di pessimo gusto-tuttavia studiato e rivalutato da Gillo Dorfles- cosa per e’ te? come lo interpreti?

Non so, per me Kitsch e pessimo gusto non sono necessariamente sinonimi. Un buon Kitsch e’ qualcosa che trascende i gusti e le mode, va oltre i periodi storici, e’ immediatamente riconoscibile e allo stesso tempo scarsamente classificabile. Ci sono paesi in cui il buon Kitsch si spreca, penso all’Europa dell’est o ai paesi latinoamericani, in cui motivi tradizionali vengono fusi con colori fluorescenti e in cui e’ davvero tutto oro quello che luccica. A differenza del cattivo gusto, il buon Kitsch mette allegria, comunica sensazioni positive. Uso spesso elementi Kitsch nei miei lavori, ma ho paura di essere troppo colta, ovvero troppo influenzata da informazioni e cultura visiva per realizzare un buon prodotto in questo stile. Stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare piu’ con l’istinto che con la ragione.

-Suggerimenti per un artista emergente di qualsiasi eta’, sesso. provenienza geografica. Ma anche cosa non deve assolutamente fare.

Dunque, per la mia scarsa esperienza personale darei questi suggerimenti:

-Trovare un proprio stile, il prima possibile ma ragionandoci il tempo necessario. Solo dopo proporsi come artista;
-Studiare bene le lingue, almeno l’inglese. Al giorno d’oggi uno strumento di lavoro tanto quanto i pennelli;
-Essere convinti di cio’ che si fa e avere la testa dura e’ fondamentale, essere permalosi e’ stupido;
-Le critiche sono costruttive solo se il critico sa di cosa sta parlando;
-Usare i social network per lavorare puo’ essere davvero interessante, basta non farlo in modo ossessivo.
Raccontare il proprio lavoro e i propri progressi e’ qualcosa che interessa chi ci segue ed e’ utile anche a noi stessi per monitorare il proprio percorso artistico;


-Sempre tramite i social network, se seguiamo un artista che ha uno stile affine al nostro possiamo vedere dove espone, a quali fiere va e quali premi vince, poi provare a fare lo stesso: a volte si aprono prospettive interessanti. Inutile, o comunque poco efficace, provare a fare lo stesso percorso di chi ha uno stile completamente diverso dal nostro, poiche’ diverso il target di riferimento. Meglio ottimizzare i propri sforzi;
-Internet in genere deve essere usato per scovare le tantissime opportunita’ espositive aperte anche per gli artisti emergenti, utili per farsi il proprio curriculum e mettersi in gioco in ambito internazionale;

-Non accontentarsi mai e sperimentare, migliorare la propria tecnica e fare anche quello che non ci piace. I punti deboli ce li abbiamo tutti e prima o poi, se non ci lavoriamo, ci impediranno di approfittare di alcune opportunita’;

-Per fare l’artista di mestiere bisogna ragionare come un qualsiasi libero professionista. Chi crede che essere artisti significhi chiudersi in studio e lavorare, poi aspettare che un critico o un gallerista passando per caso ci scopra e ci paghi giusto perche’ esistiamo e facciamo arte e’ follia pura.
Tralasciare gli aspetti di marketing, contabili e di comunicazione vuol dire non sapere fare questo lavoro e non essere portati per farlo, quindi tanto vale tenerselo come hobby, il che puo’ dare comunque tantissime soddisfazioni e non ci impedisce di fare mostre e vendere le nostre cose. Spesso sento persone lamentarsi della propria carriera artistica fallita perche’ non hanno avuto l’aggancio, gli appoggi, la persona che apre le porte.

Un atteggiamento stupido, servilista e molto italiano: sicuramente poteva essere vero per l’Italia di trent’anni fa, ma tramite internet oggi basta mettere il naso fuori dal paese per trovare dinamiche molto piu’ meritocratiche e avere l’accesso a mercati esteri davvero interessanti. Certo, bisogna studiare, capire, impegnarsi e beccarsi porte chiuse in faccia. C’e’ chi riesce fin da subito ad emergere, per altri invece, e questo e’ il mio caso, ci possono volere anni, serve pazienza e determinazione. La verita’ e’ che chi si lamenta pensa che i risultati vengano dal cielo o dalla fortuna, ma purtroppo il talento non basta.

-Almeno tre cose che vuoi fare da grande.

Voglio vivere della mia arte per tutta la vita. Grazie a questo lavoro sto viaggiando, conoscendo persone speciali, facendo esperienze singolari. Non chiedo altro.

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