Sud. E’ un incantesimo.

Quelle giornate salmastre, cariche di attese. Il cielo cobalto e denso di calore sopra le teste che hanno una vertigine per il caldo. La borsa di paglia piena di creme protettive, asciugamani dalle tinte violente, qualche libro, il cellulare. E un abbigliamento casual che ci fa sentire comode, sensuali e fresche.

Questa e’ l’immagine piu’ ovvia che ci torna alla mente quando pensiamo al Sud.
Perche’ Sud e’ vacanza.

Ma io sono nata al Sud, e il mare non era una vacanza, faceva parte della nostra vita: quando si andava a scuola, al lavoro, all’universita’.

Il mare era talmente ovvio, da non permetterci di guardarlo in altro modo se non come sottofondo alla nostra routine quotidiana.

Il Sud ha cominciato ad avere un senso diverso, piu’ introspettivo, quando l’ho incontrato nei libri e nell’arte.

Il Sud di Tomasi di Lampedusa, di Camilleri, di Verga, Pirandello, Deledda, Garcia Lorca, Garcia Marquez, Nawal El Saadawi, tanto per citarne alcuni, ha sollevato il velo dagli occhi restituendomi un Sud privo di luoghi comuni.

Un mese fa giravo intorno all’idea del Sud. E i segni erano inequivocabili.

Ho ritrovato un paio di foto della casa di Tina Modotti (friulana emigrata prima in America e in Messico poi, dove e’ morta nel 1942).

Intanto una persona che seguivo su Instagram, era in Messico e nelle sue stories descriveva le abitudini, i paesaggi, i colori della gente, compreso un giro in barca accompagnata da festosi mariachi e una visita alla casa Azul della Kahlo.

Avevo inoltre ritrovato nel cellulare il frinire delle cicale, registrato l’estate scorsa.

Suggestioni, come la descrizione delle agavi di Garcia Lorca, polipi pietrificati.

Era fatta, dovevo rinverdire le mie corse nei campi di grano, la molle stanchezza dopo i giochi in acqua, mentre mangiavo panini pieni di granelli di sabbia che finivano fra i denti. I canti popolari, le processioni, i riti, la bicicletta abbandonata in riva al mare, il silenzio agghiacciante del dopo pranzo, quando il caldo ammutolisce chiunque in qualunque posto e le citta’ paiono morte.

Da lontano, non soffrendo il caldo, i turisti e il chiasso, il Sud mi riappare per quello che e’: luoghi estesi e non del tutto identificabili, magici, differenti in ogni Regione, in ogni Paese, ma con fili sotterranei che li rendono tutti simili: l’accoglienza, l’empatia, il bianco dalle mille sfumature ma sempre accecante, il tempo che ha un’altra dimensione, la soluzione disincantata ad ogni problema, la capacita’ di risollevarsi, la fatica, la passione per il cibo, la bellezza, il sorriso sempre pronto anche quando non se ne avrebbe voglia.

Da dove dunque iniziare? Non si puo’ certo raccontare il Sud in pochi foulard.

Il progetto e’ partito con due personalita’ differenti ma complementari: una fotografa italiana, Tina Modotti, attivista politica, attrice, modella, e la sua amica Frida Kahlo su cui si e’ scritto e detto talmente tanto da non avere quasi voglia di interpretarla (per questo l’ho rivista in chiave pop o estremamente decorativa, come un’icona venerabile).

E intorno a loro, cactus, agavi, fichi d’india.

Le spine e la succulenta maestosita’ di queste piante inaugurano un progetto molto ampio che parte cosi’: due donne amiche e grandi artiste in una natura essenziale, glabra, quasi sfocata dal sole a picco. Il sole grida ovunque in questi foulard.

Il Messico sullo sfondo, e il deserto che secca e asciuga, e rende i colori saturi in cielo e accecanti in terra.

Il Sud e’ un incantesimo. A cui non sappiamo resistere.
(Il South project Part I lo trovate QUI.)

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