“Inizio prima di essere”

Inizio prima di essere.
Sono mentre divengo.
I passi nel dolore
Poi nell’amore.
Una lenta milonga
Tra le mie cadute
E i miei trionfi.
Sono,
Compagna di me:
Eternamente.

Questo breve scritto e’ nato prima che prendesse forma il quadro.
Di me esisteva solo una foto rimaneggiata su tela con fili di seta e collage che ora campeggia su una parete della casa di mia madre (che ho opportunamente camuffato tra altri quadri).
Ma era piu’ che altro una prova tecnica, e la foto in questione riguardava me all’universita’: una ragazza piena di dubbi, riflessioni, incerta, claudicante. Dietro i successi universitari si celava una persona alquanto confusa e spaventata dalla vita.
Venticinque anni dopo, le rughe, i capelli tagliati quasi a zero, il colore bianco nel biondo cenere, hanno avuto la meglio. Ma si e’ fatta spazio anche un’idea diversa di me, della vita, dell’arte.
La vita continua a spaventarmi, alle volte perdo il senso della quotidianita’ come allora, e il cervello sogna e organizza come in quel periodo. Ma la tenacia insospettabile e una robustezza nell’affrontare la vita, quelli stupendo me per prima sono apparsi, si sono perfezionati e coabitano con discrezione e qualche volta organizzano molto meglio delle altre parti di me, quelle preistoriche.

Eppure tutto e’ cambiato. E la questione autoritratto si pone in maniera totalmente nuova.
Quindi posso affermare che questo in mostra a Milano ai Navigli (fino al 17 giugno), e poi a Venezia (dal 19 al 28) e Roma (dal 30 giugno all’ 8 luglio 2018), e’ senz’altro il primo autoritratto (e forse l’ultimo).

Non mi interessa la mia persona come “oggetto di pittura”, diceva Klimt, e questa io sono.
Abito in me perennemente e nello specchio vedo cose diverse da chi mi vive accanto. Mi indago con un moto esterno/interno che non ha alcun interesse in cio’ che il colore dei miei occhi traspare fra la gente.
A partire da quel componimento, volevo senza ombra di dubbio, ritrarmi in doppio.
Affermare me stessa frontalmente, singolarmente, mi suggeriva un’autorita’ nei confronti dello spettatore, che non e’ nel mio carattere.
Io sono qui, guardami“. Non sono io. Ho cercato un dialogo fra alcune ME: siamo in due, e queste due ME hanno tecniche differenti, per mescolare il senso del doppio.

A sinistra della tela con lo spolvero, ho trasferito una foto ingrandita fatta al volo col cellulare. Ho identificato i contorni ma non ho voluto usare l’acrilico semplicemente dipingendo il mio volto in maniera classica.
Colori freddi, pennello grasso e asciutto e un occhio, quello a destra (il sinistro nella realta’), quello si reale, ingrandito e ritagliato dalla foto. Ma l’ho ritoccato con i markers e la penna nera.

E cosi’ il naso e la bocca: reali, miei, fotografati, ingranditi con differenti dimensioni e ritoccati con gli acrilici.
Elementi reali, usati col collage, in una composizione dadaista che ha sfalsato le mie proporzioni reali.

Il volto diventa una struttura nuova, immaginaria eppure reale, con aggiunta di elementi di plastica e metallo (l’iride dell’occhio una rondella, circoli di plastica, un gancio che aveva conservato mio padre).
In basso a sinistra, il componimento che travalica il collo.

A destra la ME piu’ aderente alla realta’, ma con un terzo occhio di plastica e una poesia della Dickinson che contorna l’occhio.
In verita’ sono le prime parole di un componimento che fulmino’ la mia immaginazione nell’estate dei miei sedici anni, quando in una libreria di Udine scoprii la Dickinson e invece di studiare geografia astronomica (per cui ero stata rimandata a settembre e mia nonna non doveva assolutamente sapere), andavo nell’erba di fronte alle seterie di Bulfons a leggere le sue poesie. Il verso e’ uno dei piu’ famosi “se io potessi bandire me stessa da me” (“Me from Myself-to banish- Had I Art“). Quello il mio cruccio, il mio desiderio, l’aspirazione giovanile: bandire me stessa da me.

Alquanto stridente fare un autoritratto affermando di voler bandire se stesse. E’ come annullare tutta l’operazione. Oppure suggerire allo spettatore che legge, di fare questa operazione su di lui. Io ti dico guardami ma ti dico anche di annullarti. Provaci.
Il volto e’ classicamente dipinto a colpi di acrilico, colori secondari e molto blu, un inevitabile, forse banale, tentativo di rendere una profondita’ che risucchi lo spettatore dentro il quadro.
Ma questo volto non e’ dipinto sulla tela: e’ un collage. Se si volesse strappare il volto, sotto ci sarebbe la tela bianca. Sparirei in un colpo solo.
Anche qui rondelle, circoli di plastica, metallo, ganci. Pensieri, bolle di ricordi, oggetti paterni.
E’ tutto materiale di mio padre infatti. Lo richiamo spesso in questi tre anni che non c’e’ piu’. Credo sia un elaborare l’assenza, un chiedere aiuto per questo nuovo tratto di strada nel vuoto.
Il collage in alto e’ composto da materiale da imballaggio: una partenza, un chiudere in una scatola, un trasloco, un muoversi, un completarsi, un riassestarsi. E frammenti di frasi per tutti i the che ho bevuto: frasi introspettive, incoraggianti.

Forse e’ una piccola seduta di autoanalisi. Forse un ricercare cosa voglio essere agli occhi degli altri.
Mi premeva non cadere nell’autocelebrazione, nell’insicurezza di apparire desiderabile, giovane, bella. Credo si debba essere oneste con se stesse in queste operazioni. Anzi anche un po’ infierire su certi tratti caratteriali, se si vuole dialogare con la propria immagine e ci si vuole liberare dagli stereotipi in cui l’opinione publica vorrebbe vederti: vincente, giovane, dinamica, di successo, positiva, carismatica.

Anche se devo ammettere che guardandomi in questa tela, sono gia’ passata oltre.
Inizio prima di essere e sono mentre divengo.
Chi vuole sapere su di me, credo debba cercarmi in quello che faccio. Intanto, mi “mostro” (mostrarsi, monstrum) in tre citta’ con questa me, chissa’ cosa vedranno gli altri.
Un taccuino e’ attaccato al lato del quadro, mi auguro che la gente scriva. Quello sara’ un altro autoritratto, costruito insieme agli altri, ma partito da me. Avro’ suscitato curiosita’? desiderio di comunicazione? cosa? vedremo.

Fino al 17 giugno a Milano, Navigli, Spazio E, a cura di Virgilio Patarini e Francesco Amadori, collettiva “Quelli dell’Autoritratto“. A Venezia postero’ la seconda tappa.

Share
Translate »