L’ultimo foulard

L’ultimo foulard l’aveva fatto scivolare sui capelli, lunghi e leggermente ondulati, con una frangia capricciosa che s’offriva al mondo, rifiutando la protezione di quel magnifico drappo.

Genevieve sapeva di non essere perfetta, in ordine, ma, sebbene non fosse piu’ giovanissima, aveva conservato e anche affinato l’ansia di ribellione dei suoi vent’anni. Il marito, i figli, la famiglia, il lavoro, l’avevano resa una donna perfettamente attrezzata ad aderire al principio di realta’, a osservare le regole, ad assumere le responsabilita’, ma ogni tanto si lasciava trascinare dalle ali della follia, dalle vertigini della disubbidienza.
E tutto questo si esprimeva nelle grandi decisioni, nelle scelte importanti della vita, ma le tracce, i segnali, erano li’, negli affascinanti, quasi impercettibili particolari, che venivano dalle espressioni del viso, dai linguaggi del corpo e, perche’ no, dall’abbigliamento volutamente trasandato, ma non troppo, di un’adolescente cresciuta chiamata Genevieve.
Odiava, Genevieve, tutto quello che era smaccatamente alla moda.

Le piacevano gli abiti vintage, anni venti e cinquanta, allo stesso modo in cui adorava i vecchi libri delle bancarelle sul lungosenna.
A Parigi, in un’adorabile boutique dell’Ile Saint Louis, aveva visto quell’ultimo foulard. Ne faceva collezione. Li indossava come pareo, come gonne, come sciarpe che le avvolgevano le spalle, come decorazioni delle sue borse improbabili, come fazzoletti per asciugare le sue lacrime, come bende per colorare le piccole inquietudini quotidiane.
Ma quel foulard parigino era molto di piu’, era una bandiera attraversata da bianchi perfetti e neri assoluti, erano corpi e visi e linee tracciate da mani ferme, esperte, eppure vi s’intravvedeva il tarlo dell’esitazione, dell’irrisolutezza, come fosse stato un capolavoro abbozzato, un’opera non compiuta.
Genevieve ci ritrovo’ i germi che si portava addosso da una vita. I germi della ribellione, dell’inesausta ricerca di se’, della giusta distanza dalle leggi della lusinga e dell’ossequio.
Suo marito, che la conosceva bene, capi’ e le disse:”Cosa aspetti“.
E l’incanto si trasformo’ nel possesso di quel soggiogante, misterioso, oggetto del desiderio.

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