Ritratti abbozzati di artisti molto speciali:l’impermanenza di un materiale, metafora di vita. Josephine Sassu.


-Che mondo immagini di costruire con l’arte? se immagini di costruirlo ovviamente. Altrimenti: immagini un mondo nell’opera che crei in quel momento?
Non credo di poter dare una risposta univoca a questa domanda perche’ delle cose che indichi mi pare una non escluda necessariamente l’altra… o forse sono io che nella mia confusione metto tutto nello stesso impasto!
Ma andiamo per gradi: da bambina ho prediletto molto la solitudine, almeno durante gli intervalli tra una vacanza estiva e l’altra, un po’ per evitare quelli che oggi verrebbero chiamati problemi di bullismo a scuola, un po’ perche’ effettivamente vivevo in un paesino gia’ piuttosto spopolato, che pero’ d’estate riportava a se’ i suoi nostalgici paesani emigrati con a seguito la prole giocosa.
A scuola, al di la’ delle questioni di socialita’ tra i miei soli sette compagni, non andavo molto bene neppure nella didattica e, tanto per fare un quadro piu’ chiaro della situazione, seppure non ricordo perfettamente, ti dico che in tutta la scuola elementare non saremo stati certo piu’ di una cinquantina di persone, compresi maestri e bidella, mentre il preside e la segreteria stavano in un plesso di un altro paese non distante.
Non era esattamente una situazione definibile allegra, tanto piu’ che erano gli anni di piombo e della tv in bianco e nero…

Tutto questo per dire che mi sono dovuta inventare un modo per essere una persona diversa da quella che ero nel mondo in cui vivevo e, via via piu’ consciamente, ho costruito me stessa.
Sarebbe bello, a questo punto, raccontare che disegnavo chilometri e chilometri di segni e colori, ma in realta’ ho sempre preferito costruire, mettere insieme materiali, piuttosto che tracciare segni. L’arte come la si intende comunemente e’ stata per me una scoperta relativamente tardiva. Quindi con l’arte, piu’ che costruire mondi, credo che, anche nella storia dell’umanita’, si sia costruito l’uomo, o almeno credo che l’arte sia la parte dell’uomo piu’ nobile e, in fondo, io vorrei essere qualcosa ad immagine e somiglianza di quello che faccio.
Penso che l’arte sia una complessa produzione umana ma, allo stesso tempo, e’ lei che produce umanita’: quindi e’ Mondo.

-E la parola, il narrare per scrittura codificata in un alfabeto linguistico (italiano, sardo, tedesco, inglese, francese ecc), che posto ha in questa costruzione?
Ho sempre pensato che l’arte sia gia’ in se’ un linguaggio e, come anche la parola, e’ un linguaggio in perenne evoluzione, quindi non si impara mai a parlarla in maniera definitiva.
Detto questo, per la costruzione dei miei lavori, spesso l’input e’ stata la parola, magari tratta da un romanzo, da un adagio popolare o da un bugiardino di un farmaco… A volte e’ anche capitato che la parola fosse presente in forma scritta dentro i lavori stessi, come nei casi dei miei autoritratti sotto forma animale della serie Specchio delle mie brame, dove erano la risposta dello specchio e il titolo stesso del singolo autoritratto, per esempio “Se non fossi quasi un asino come una zebra” o “Se non fossi scontrosa come un rinoceronte“.

Con il tempo e con la chiacchiera ho maturato l’idea che la parola e’ sempre importantissima per l’arte, specie quando l’arte la deve raccontare o descrivere, infatti dico spesso che non c’e’ cosa piu’ noiosa e pericolosa di un artista che parla della propria opera, e questo non perche’ non possa o non debba parlarne, ma, proprio perche’ deve, ritengo la parola debba essere rintracciabile nell’opera.
Immagino sempre lo spettatore (competente) che davanti ad un racconto dell’artista, o di chi racconta l’opera, non ritrovi i sensi descritti nell’opera… quindi, se un artista visivo usa la parola, e’ meglio saperla usare molto bene altrimenti e’ meglio tacere…(io per esempio parlo troppo, ma sto cercando di smettere).

-Calvino, quale Calvino ti influenza? quello delle Citta’ Invisibili? quello onirico e fantasioso della Trilogia degli Antenati?
Per me stata folgorante la Trilogia degli Antenati; credo ci sia tutta nei miei lavori di sempre e non tanto per la sua essenza favolosa, quanto per l’essenza stessa dei personaggi e delle situazioni raccontate: l’incompletezza della “persona” e la soluzione esistenziale che ne deriva; i leggeri scarti che deviano il corso delle storie che non avrebbero la stessa dignita’ d’essere narrate se solo quelle piccole cose fossero perfettamente allineate alle condizioni dominanti; il lirismo fabuloso che convive in simbiosi con la tragedia brutale, travestita anch’essa da favola.
Credo che senza quelle storie di Calvino non avrei potuto immaginare i miei lavori cosi’ come ho fatto e sarei stata come orfana.

-L’uso del materiale precede l’idea o viceversa? l’ambiguita’ della rappresentazione di che materiali ha bisogno?
Anche con questa risposta potrei dilungarmi senza raggiungere un senso compiuto e fermo.
I materiali sono come un cane che si morde la coda, sono come il primo uovo al mondo che non si sa se sia nato prima o dopo la gallina… tanto piu’ che ormai lavoro da quasi trenta anni, quindi a volte ritornano come nel caso della plastilina, oppure sono assolutamente inediti per me, come nel caso della cera e della terra nei lavori dedicati lestate scorsa ad Antonio Gramsci.

Per me i materiali sono importanti: non sono solo uno strumento con cui dare forma alle cose, ne danno anche sostanza. Per farla breve, per esempio, la plastilina e’ per me non solo foriera di ludicita’, ma anche di impermanenza se non di relativita’, e se vuoi che il lavoro fatto di plastilina duri, lo devi proteggere molto piu’ che se fosse realizzato con il granito…

Non mi sono mai posta il problema di rendere ambigua la rappresentazione, le cose per me sono esattamente quelle che sono: un disegno e’ un disegno, un pastrocchio di plastilina e’ un pastrocchio di plastilina, una scultura di stoffa, al massimo, se si allontana da quello che e’, e’ un pupazzo.

Siamo noi spettatori che, guardandole, dovremmo cambiare registro per poterle percepire per quello che vorrebbero essere.
E l’osservatore che dovrebbe diventare all’occorrenza come Gulliver ed assumere la dimensione necessaria per cambiare il senso della percezione nuda e cruda delle cose . Certo pero’, sino ad ora, mi sono mossa piu’ o meno entro limiti di produzione, anche nei lavori site specific, molto contenuti. Questo non tanto (ma anche), per l’occupazione di spazio fisico dei miei lavori, quanto piuttosto per il fatto che se non lavori per gallerie forti, collezionisti fortissimi, committenze che credono fortemente nell’arte mettendo l’artista in condizioni di poter portare il lavoro alle sue massime, le possibilita’ d’azione si limitano notevolmente…
(Un tempo si andava “a lavorare” se non si riusciva a vivere della propria produzione, o si faceva vita molto grama. Resistere tanti anni nel continuare a produrre opere che hanno lasciato perlopiu’ solo bei ricordi in chi li ha visti e’ gia’, per me, un lusso che mai avrei immaginato).

-Tecniche preferite, materiali e forme costanti che ormai fanno parte di te, pur nei decenni della tua evoluzione artistica.
Non posso dire di avere una tecnica preferita, perche’ non credo di avere delle competenze piu’ sviluppate di altre da mettere in campo. In sostanza penso di non saper fare granche’ ma lo faccio lo stesso! Spesso, quando dico questa cosa, mi viene detto che la mia e’ modestia (spero comunque non percepita come falsa), io invece non credo affatto di essere modesta, tanto che anche questa intervista mi pare, da parte mia, piu’ un esercizio egocentrico alla Barone di Munchausen che racconta cose strabilianti su questioni in realta’ di poco conto.

Ad ogni modo… in tanti anni di lavoro, ci sono inevitabilmente delle costanti: i soggetti, prevalentemente animali, e la semplicita’ d’esecuzione, perche’, a guardare bene, i lavori che sin ora ho prodotto, potrebbero essere realizzati da chiunque…
Una delle mie preoccupazioni giovanili di artista in erba, era il fatto che per me la priorita’ dovesse sempre rimanere la “differenza”, nel senso che la paura piu’ grande che avevo era di diventare una mera esecutrice delle mie stesse idee, consolidate e cristallizzate, per questo ho sempre salvaguardato la cifra stilistica a scapito di tecniche e forme. Ora, invece, non ho piu’ questa natura rivoluzionaria dove ad essere ghigliottinata ero sempre io. Alcuni lavori e idee su cui lavorare nascono dal recupero di cose gia’ fatte, e i risultati diventano necessariamente altri, condizionati da una me stessa che non e’ piu’ quella di una volta. (Anche qui il cane si morde coda, Munchausen cavalca una palla di cannone, e l’uovo si schiude liberando una gallina bella e pronta a fare la chioccia.)


-Come procedi: racconta una tua opera come se avessimo qui davanti tutto il materiale: narra il processo creativo, dicci un segreto che non vorresti svelare mai, ma oggi hai deciso di disfartene.
Il segreto e’ che lavoro veramente poco, che penso molto di piu’ di quanto faccio, e che quello che faccio e’ il frutto di tutto quello che ho pensato,… ma riesce a stupirmi sempre, malgrado lo abbia pensato io, come se qualcosa lo abbia deciso lui stesso a mia insaputa.
Il segreto e’ che quando lavoro penso, e penso cose che il mio lavoro mi dice, o che mi dicono lavori pensati da altri, senza averne nessun rispetto e che non c’entrano nulla con quello che sto facendo; per esempio ricordo che disegnando una sorta di foresta nelle pareti de Fesch in Corsica, pensavo alla Citta’ che sale di Boccioni, mentre io, che non sottovaluto mai il fatto che le mie braccia siano rubate all’agricoltura, mi prendevo in giro dicendomi che la mia al massimo era lattuga che cresceva…
I miei lavori sono veramente semplici, fatti con il minimo necessario, come quando arrivano ospiti inattesi e, trovandosi con frigo e dispensa pressoche’ vuoti , si improvvisa una spaghettata memorabile.

Come quando quest’estate riempendo uno stampo di cera mi e’ scoppiato il contenitore ed ho intasato rovinosamente i sifoni e le tubature, o come quando disegnando un grifo gigante alla Facolta’ di Lettere di Sassari, stando sopra di un trabattello alto circa sette metri, da giu’ la voce di un’autorevole docente mi chiedeva perche’ non pulissi anche i vetri e sopra il bussolotto,… visto che c’ero… O ancora come quando una vecchietta che accetto’ di farsi lavare i piedi per aiutarmi a salvare il mondo, durante una performance per le strada di Berchidda in occasione del Time Jazz, si scuso’ con me per essere uscita di casa tutta scapigliata dato che stava solo andando a dare da mangiare ad una colonia di gatti…
Che dire… i miei lavori sono veramente semplicissimi, hanno bisogno di poche cose: e’ lo sguardo di chi li vuole accompagnare ad essere speciale.

-Materiali fragili, effimeri, disgregabili, volatili. Quello che resta spesso e’ il concetto, mentre l’opera di consuma. Un messaggio profondamente umano che puo’ arrecare inquietudine. C’e’ uno spazio per la speranza? O forse e’ solo un alfabeto da interpretare senza alcuna paura?
E’ un po’ come quando, specie nei confronti di una donna, si sottolinea il fatto che questa abbia figli oppure no e, nel caso non ne abbia, ci si chieda se essa possa avere un posto nella storia (questo a prescindere dal fatto che la storia sia, se non scritta prevalentemente da uomini, quasi unilateralmente al maschile. Basti vedere la storia dellarte).

Il corpo materiale di un’opera e’ veramente molto importante , ma e’ altrettanto vero che a noi sono giunte spesso opere che sono solamente un frammento di cio’ che erano originariamente.
E’ vero che per fare spazio a delle nuove opere, per celebrare questo o quell’altro sovrano, se ne sono distrutte delle altre, magari anche di valore estetico e storico inferiore, ma altrettanto utili come quelle piu’ pregevoli, per capire il tempo che le ha viste nascere, le relazioni tra quellopera e le altre dello stesso tempo, o di quello successivo che esse hanno in qualche modo influenzato. Tuttavia e’ altrettanto vero che il senso di un’opera e’ qualcosa che, seppure sempre accompagnato dal proprio corpo, spesso sfugge a chi la guarda: basti pensare all’esempio piu’ facile delle migliaia e migliaia di visitatori della Cappella Sistina che vedono la volta di Michelangelo (con tutto il resto), ma non possono capirne il senso pi profondo che l’ha ispirata- ammesso poi che lo si possa abbracciare mai in pieno-, se non studiando molto l’artista complessissimo che l’ha prodotta, ma anche il Papa che l’ha voluta, l’epoca che l’ha vista nascere, il pubblico ristrettissimo cui era destinata. Insomma,… anche in questo caso tutto e’ un cane che si morde la coda, e forse e’ persino un alano!

Per tornare a me, visto quello che penso dell’arte, quello che penso di me e della storia dellumanita’, non credo che un oggettino in piu’ o in meno, possa minimamente turbare il senso del tutto, ammesso che un senso lo abbia veramente. Io sono una molto concreta che crede che se non si possano fare grandi cose, ma se ne ha l’ambizione, si possono fare delle piccole cose che ne sono parte.
Se da sola non riuscirei mai a salvare le foreste e i mari di tutto il mondo, faccio tutto quello che mi e’ possibile per gli alberi e le spiagge che mi stanno piu’ vicino. Se non posso salvare lumanita’ da se stessa, potro’ avere un comportamento civile se faccio la fila alla poste o se un mio vicino di casa ha bisogno di una mano. E una parte per il tutto puo’ essere valido anche per l’arte, il cui corpo fisico e’ solo una componente, …o almeno questa e’ la mia speranza.

-Intuisco dietro le parole di tua madre “una mezza faccenda“, un incastrarsi di stanze piene di tesori, di idee, sogni e correlazioni immaginifiche: puoi raccontarci di piu’?

Come ho gia’ detto per il resto, anche questa storia e’ semplicissima: ho avuto una madre veramente incredibile, che se non me la ricordassi molto bene e me l’avessero raccontata, avrei potuto immaginare di essere figlia di un super eroe. Mia madre era veramente quello che oggi si dice essere multitasking, quindi io ho avuto sia l’esempio di una donna che non si fermava davanti a niente, non aveva paura di nulla, che quello di quella mamma che poi ci faceva delle torte di mele il cui sapore era unico e riconducibile solo a lei, …come forse ogni figlio dice di sua madre.
Aveva una miriade di materiali per cucire, anche se non era una sarta. Aveva il pollice verde per alcune qualita’ di fiori e per le verdure tutte.

Mio padre era pi per il bricolage e, specie dopo la pensione, si e’ dedicato ai suoi olivi, che un tempo erano dei miei nonni e bisnonni, e quando lo vedo sugli alberi penso che mio padre sia il barone rampante o Tarzan… in tutto questo, comunque, io sono Cita perche’ credo che nella scala evolutiva, anziche’ continuare a discendere, sia risalita verso le origini e il fatto che abbia sembianze umane non e’ merito mio!

-Tre cose che in questo momento guardando dalla tua finestra, vorresti realizzare in un istante, goderne per un altro ancora, e poi lasciare andare con leggerezza.
Vorrei rinascere, fare tutto da capo e farlo meglio, magari portandomi una mappa concettuale …che cosi’ mi oriento con pi sicurezza!


Trovate Josephine QUI.

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Stefania Morgante

Italian artist, original painter, sculptor and photographer, I have several experiences as a theatre editor, teacher of Drawing at school and advertising designer. - Connect with Stefania on Google+

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